Un’occasione unica per conoscere l’opera di Moroni

Art in the City è lieta di ospitare a Milano la mostra dell’artista Mariano Moroni, “Nutrire i sensi –  Feeding the senses”. Un percorso che già nel suo titolo richiama il grande evento milanese Expo2015 Nutrire il Pianeta, con un parallelismo tra nutrizione dell’anima e del corpo.

Mariano Moroni non è soltanto un affermato artista, architetto e designer, ma anche uno dei fondatori dell’associazione culturale abruzzese White Hall Factory, associazione che condivide i principi e gli ideali di Art in the City.

La collaborazione con questo artista va quindi oltre la semplice mostra temporanea e permette di creare un dialogo tra realtà culturali geograficamente lontane, ma legate da un fil rouge concettuale.

Art in the City nasce infatti con lo scopo di portare avanti un progetto culturale che si pone come obiettivo la difesa del Bello, l’accoglienza di forme d’arte genuine, coraggi­ose, ancora in grado di osare la verità. Promuove la creatività che riesce a sorprendere con stile, a emozionare con gusto, credendo nell’interdisciplinarità e nello scambio cul­turale, in linea quindi con le aspirazioni di White Hall Factory e con l’espressione creati­va di Mariano Moroni, che identifica se stesso attraverso varie professionalità artistiche.

Ci auguriamo pertanto che la mostra sia accolta dal pubblico e dai nostri associati con grande entusiasmo, dato che rappresenta un’occasione unica per conoscere l’opera di Moroni nel contesto milanese.

Art in the city

Appunti intermittenti

Mariano Moroni

Quando l’associazione Art in the City ha aderito al progetto di questa mia personale milanese ispirata al tema Expo, ho guardato meglio al mio percorso artistico constatando che, in fondo, i temi del cibo, dell’alimentazione, del design dedicato, dei paesaggi agrari, siano sempre stati presenti nelle mie opere, sin dagli anni ‘70 quando il personale percorso d’artista, tra visione onirica e riferimenti sociali, apparteneva alla nuova figurazione.

I lavori selezionati, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, anni del miracolo economico dalla forte industrializzazione e della messa in crisi del rapporto città-campagna, sino ai nostri giorni caratterizzati da speranze di risalita da una crisi economica epocale, hanno connotato l’evento come mostra antologica a cavallo di due secoli.

 

Viaggio sensoriale

La relazione con il cibo rappresenta la relazione con la vita, la qualità del nostro rapporto con essa va ben oltre la sola necessità fisiologica dovendo nutrire, soprattutto in questa nostra epoca, bisogni e desideri psicologici, talvolta anche patologici.

Al di là del piacere gustativo il cibo per me è sempre stato un viaggio attraverso la memoria, le emozioni, i sentimenti, il perenne confronto con l’alimentazione precedente, sopratutto quella della giovinezza, delle nostre mamme, quando i sapori e gli odori ci sembravano più vicini alla natura, più vicini al buono e all’amore. Sono cresciuto con il borbottio dei sughi rosso sangue che coinvolgevano i miei sensi sin dalla mattina presto. Penso anche al profumo del pane fresco di allora, al rispetto e al valore che si dava a quel pane. Da bambino nel mio territorio vi era un solo forno che un contadino-panettiere metteva a disposizione con cadenza settimanale, una sorta di panificazione domestica dove l’operazione di infornata e cottura di grandi pagnotte era un rito di comunanza e condivisione.

Il colore della terra

Ancora oggi, seguendo la memoria, identifico il cibo con i suoi colori, e con essi le stagioni. Di questa tavolozza è il colore bruno della terra, più di ogni altro, ad abitare l’immaginario che mi porto dentro sin da bambino, avendolo attinto a quei campi arati e luccicanti che ogni anno ripetono la meraviglia della creazione. Oggi si parla del rinnovamento delle comunità rurali come modello per il futuro, pratiche sostenibili per sanare il taglio delle nostre radici; condivido il celebre aforisma “mangiare è un atto agricolo” di Wendell Berry, teorico statunitense; chi consuma cibo deve rendersi conto che l’atto di mangiare ha luogo inevitabilmente nel mondo e che il nostro comportamento alimentare incide marcatamente sul modo di usare il mondo. L’emergenza ambientale contemporanea lo dimostra.

 

Atto celebrativo e sensuale

In ogni epoca non c’è pittore che non abbia celebrato il tema dell’alimentazione. La mostra Bresciana di Palazzo Martinengo “Il cibo nell’arte”, in ossequio al tema Expo, ha ben evidenziato l’amore degli artisti per il cibo inteso come miniera imprescindibile di forme e colori per celebrare la natura e i sensi.

Quando mangiamo, che si tratti di una pietanza complessa o di un semplice frutto, scattano in noi meccanismi che associano sensazioni, ricordi, emozioni, predilezione o anche avversione, avviene così anche davanti ad un’opera d’arte.

“Quando annusiamo, non sentiamo solo odore, quando assaggiamo non sentiamo solo gusto.

Abbiamo ricordi. Soffriamo. Odiamo. Dialoghiamo con il corpo nella sua totalità, pretendiamo, osserviamo. Le immagini del nostro cervello lo dimostrano, perché è il cervello, non la nostra riflessione cosciente, a coordinare tutti questi processi” (1). Il cibo ha analogie anche con l’attrazione sessuale, Alberto Moravia sosteneva che l’uomo è l’unico animale per cui il sesso non è soltanto un atto riproduttivo, ma anche piacere slegato dalla riproduzione. E’ così anche per il cibo che può diventare piacere in sé al di là dell’aspetto nutritivo. Lo stesso vale per il bere, un conto è bere un cocktail e un’ altro è bere acqua per dissetarsi, ” Un Martini è come il seno di una donna: uno non è abbastanza, tre sono troppi” (Mr Rick Fishman).

1) André Holley – Il cervello goloso – edizioni Bollati Berlinghieri

 

Il frutto proibito

Tra i frutti la mela è senza dubbio quello dal più alto valore simbolico, fra i più rappresentati e citati, forse solo l’uva può costituirne una degna rivale. La mela è il cibo metaforico per antonomasia e che più di tutti ha segnato, nel bene e nel male, rivoluzioni e trasformazioni epocali: il frutto proibito che determinò la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden; il pomo d’oro consegnato da Paride ad Afrodite per premiarne la bellezza divina; la Apple della rivoluzione informatica; quella di Sir Isaac Newton che determinò la scoperta della forza di gravità…….

Se ci sia una relazione tra cibo e arte è una questione molto antica, che la filosofia si è posta fin da Platone. Oggi mentre il food design ingentilisce la fortuna mediatica dell’arte della cucina, mi chiedo se mai usciremo dall’omologazione planetaria dei gusti di quella industriale, se sopravviveranno le “cucine locali” e quale il futuro delle biotecnologie anche se a volte le dinamiche ambientali contemporanee sono sorprendenti; nessuno poteva prevedere che alcuni tra i migliori mieli contemporanei si potessero produrre a Londra dalle “api urbane” che raccolgono il polline sui terrazzi fioriti dei palazzi e grattacieli cittadini. Paradossale se si pensa alla “pericolosa” raccolta rupestre del miele selvatico tuttora praticata dalle tribù dei monti Nilgiri in India meridionale, dove la biodiversità è da sempre legata all’ambiente naturale. In occidente le api preferiscono la città alla campagna colma di pesticidi.

A tavola

Se penso al mangiare conviviale, anche quotidiano, immagino un tavolo vestito di bianco. Non è una scelta meramente estetica, è un’associazione mentale per me inamovibile. Il tovagliato bianco mi da il senso del calore famigliare, dello stare insieme e del piacere della buona tavola. Convivio, cum vivere, vivere insieme, l’identità tra il mangiare e il vivere, la dimostrazione di come il cibo si carichi di molti significati, esistenziali e sociali, il livello culturale delle diverse società.

” Senza cibo non si vive. Ma il cibo è anche un’occasione per incontrarsi e per far festa, un simbolo di abbondanza e di benessere. Per questo gli artisti lo hanno spesso inserito nelle immagini che hanno creato. Oggi poi ci sono anche cuochi che usano il cibo per creare immagini. Da Omero a Boccaccio, da Leonardo a Kant, da Tolstoj a Gadda, Neruda, Calvino: attraverso le testimonianze della letteratura antica, medioevale, rinascimentale, barocca sino ai più bei brani letterari italiani ed europei contemporanei l’evolversi delle forme storiche della cultura alimentare, usi e costumi degli uomini a tavola, piaceri e dispiaceri incontri e scontri hanno fatto del convivio un’immagine speculare della società.” (2)

(2) Massimo Montanari, Il cibo come cultura, Laterza, Bologna, 2004

 

“Non-luoghi, non-cibi” (3)

Se penso al mangiare conviviale, anche quotidiano, immagino un tavolo vestito di bianco. Non è una scelta meramente estetica, è un’associazione mentale per me inamovibile. Il tovagliato bianco mi da il senso del calore famigliare, dello stare insieme e del piacere della buona tavola. Convivio, cum vivere, vivere insieme, l’identità tra il mangiare e il vivere, la dimostrazione di come il cibo si carichi di molti significati, esistenziali e sociali, il livello culturale delle diverse società.

” Senza cibo non si vive. Ma il cibo è anche un’occasione per incontrarsi e per far festa, un simbolo di abbondanza e di benessere. Per questo gli artisti lo hanno spesso inserito nelle immagini che hanno creato. Oggi poi ci sono anche cuochi che usano il cibo per creare immagini. Da Omero a Boccaccio, da Leonardo a Kant, da Tolstoj a Gadda, Neruda, Calvino: attraverso le testimonianze della letteratura antica, medioevale, rinascimentale, barocca sino ai più bei brani letterari italiani ed europei contemporanei l’evolversi delle forme storiche della cultura alimentare, usi e costumi degli uomini a tavola, piaceri e dispiaceri incontri e scontri hanno fatto del convivio un’immagine speculare della società.

(3) “Non-luoghi, non-cibi”. Definizione :Slow food , 44/2010.

 

Cucinare è un’arte

Condivido l’affermazione di Gualtiero Marchesi :”La cucina è di per sé scienza, sta al cuoco farla diventare arte.”

“La cucina è diventata un’arte, una scienza nobile; i cuochi sono dei gentiluomini.”(4)

Chi è vocato e pratica attivamente la cucina è un creativo, un visionario, che utilizza gli ingredienti come colori della tavolozza, usa le attrezzature come quelle congeniali al pittore o allo scultore, ma con in più i sapori, gli odori, realizzando pietanze che non sono solo composti commestibili ma arte multi-sensoriale.

“Cucina non è ciò che mangiamo. O meglio: non è solo questo. È l’elaborazione di materie prime secondo tecniche sviluppate nei secoli. È l’ambizione del buono e del bello convergenti in un piatto.”(5)

Con le le mie opere pittoriche del 2015 dedicate al tema “nutrire i sensi”, ho cercato di cogliere ed esaltare questa raffinata forma d’arte nell’intento di fissarne i gesti, coglierne l’attimo, quando la creatività del cuoco-artista è affidata a rituali e pratiche che sanno di spirituale, quando la cucina è un tempio. Sono così nati i cartoni telati dal titolo: ” Un pizzico di….”; “Comporre con…..”; “Un tocco di ….”; “Impastare con….” e “La fabbrica di ……”;

(4) Robert Burton, Anatomia della malinconia, 1621.

(5) Heinz Beck, L’ingrediente segreto, 2009.

 

La materia dei sensi

Sono attratto dalle cucine a vista, piene di tutto: pentole, tegami, attrezzi vari, tutti appesi alle pareti, a portata di mano, in una sorta di disordine organizzato, simili a studi d’artista ma soprattutto come certi laboratori artigianali o industriali. Sono attratto da questi luoghi del fare, dove gli oggetti, strumenti e materiali fascinosi ci narrano le attività umane. Penso ancora, da ragazzo, alle tante ore vissute nella falegnameria di mio padre dopo la scuola; spesso mi capita di visitare i laboratori e le officine delle produzioni industriali, anche per il solo piacere visivo.

Insieme a Cordivari, azienda leader per ricerca e design, ho esplorato l’uso dei metalli e tra le mie opere , a partire dal 2001, ho realizzato per la Cordivari Collection: “Il tavolo dei negoziati”, “Reassembling” e altre sculture.

“….vago per le officine, tra gli scarti di lavorazione e prodotti finiti, tra cumuli di metallo approvvigionato, sfioro vasche per la zincatura, osservo affascinato strani strumenti adattati dagli operai per alcune fasi di lavoro, penso al sapere profuso, allo scandire delle ore, giorni, anni, alle fatiche, vago per piazzali disseminati di strani macchinari , di serbatoi, di resti informi, di ordinati accumuli di scarti pronti per la messa a rifiuto; mi assale l’angoscia di vedere disperse tante occasioni; ispirato, come un sognatore ad occhi aperti medito sull’uso di tanta ricchezza di cose e materie per innumerevoli opere immaginate con frenesia”. (6)

Anche con la Proel Spa, “La fabbrica dei suoni”, azienda presente in oltre 100 Paesi del mondo, l’incontro è stato foriero di frenetiche realizzazioni. Gli strumenti musicali prodotti che al controllo qualità vengono scartati , di tanto in tanto, mi vengono affidati ed io ne determino la “sopravvivenza” attraverso le mie sculture. Una delle opere più rappresentative è “il tavolo delle concert-azioni” del 2013,(un tavolo cinto da chitarre ricolmo di stoviglie e bicchieri per rappresentare le relazioni umane, a volte paradossali).

Nel 2008 l’incontro con la F.lli Guzzini, azienda leader negli oggetti per la cucina e la casa, che con “foodesign” ha lanciato idee e progetti per nuovi percorsi tra forma e funzione nell’ambito della preparazione, conservazione e servizio del cibo. Nello stabilimento un tripudio di colori, mi sono ritrovato tra una quantità infinita di oggetti: contenitori, cestini, caraffe, vassoi, tazze, ciotole, posate, barattoli, bicchieri e sottobicchieri, piatti e sottopiatti, piccoli elettrodomestici, profumatori, padelle, tegami e tanto altro ancora. Gran parte degli oggetti colorati vengono realizzati in plexiglass e in acrilico, la F.lli Guzzini vanta il primato al mondo per la realizzazione di oggetti d’uso quotidiano in materiale plastico. Dall’incontro sono nate molte opere, tutte costituite dall’assemblaggio integrato di questi oggetti coloratissimi che come ‘mattoni’ per un nuovo costruire sono diventati altro. Scelgo un’opera per tutte “Wall-e , 2009 “, un robottino domestico realizzato assemblando contenitori, insalatiere, mestoli, bicchieri, sottopiatti ecc.. In questa prassi, come anche per le opere della Cordivari Collection, l’oggetto non c’entra con quello trovato e decontestualizzato di Duchamp, qui l’oggetto interpreta un suo ruolo, forma una cosa ‘altra’, una figura, che trascende la forma e diventa concetto. Questi contenitori si trasformano e mutano l’uno nello spazio dell’altro …..le cose diventano ortografia, soggette ad una configurazione formale nuova, con evidente distacco dal Minimalismo e dall’Arte Povera , movimenti che tuttavia mi hanno influenzato.

In queste opere, che contrariamente all’apparenza, non sono discontinue se non nella tipologia di materiali e cose usate, affronto la multi dimensionalità dei materiali e seguo un sistema ortografico per creare sensazione, coinvolgimento e comunicazione.

“Cercare di comprendere il mondo fisico e usarlo come linguaggio è di fatto un segno di amorevole rispetto per il materiale in cui esistiamo e di cui siamo fatti. Il termine ‘materiale’ deriva da ‘mater’ che significa madre.”(7)

(6) Mariano Moroni , L’avventura dell’oggetto, 2006, ediz. Vallecchi per l’arte.

(7) Tony Cregg , Material-Object-Form, cit.p.68.

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